NUTRIZIONE CLINICA

Per nutrizione clinica si intende l’insieme d’interventi destinati non alla prevenzione primaria o alla prescrizione di ipotetiche diete ideali ma agli adattamenti necessari per fronteggiare i più diversi stati morbosi mediante opportune modifiche del regime dietetico cosiddetto “normale”.

 

Le principali patologie per le quali risulta opportuno modificare la propria alimentazione attraverso una prescrizione dietetica sono:

  • stipsi, colite e alvo alterno
  • patologie dello stomaco e dell'esofago
  • diabete e ipoglicemie
  • patologie della tiroide
  • dislipidemie
  • ipertensione arteriosa e malattie vascolari periferiche
  • intolleranze alimentari
  • disturbi del comportamento alimentare

PATOLOGIE

L'IMPORTANZA DELLA CORRETTA ALIMENTAZIONE IN SOGGETTI IPERTESI

Con il termine di ipertensione arteriosa si definisce un aumento anormale e prolungato della pressione arteriosa (PA ≥ 140/90 mmHg). La pressione arteriosa è la forza esercitata dal sangue sulle pareti delle arterie. Tale pressione è il risultato dei seguenti fattori:

  • forza di contrazione del cuore
  • gittata sistolica, ovvero quantità di sangue espulsa per ogni contrazione (sistole) ventricolare
  • frequenza cardiaca (numero di battiti cardiaci)
  • resistenze periferiche, ovvero la resistenza opposta alla progressione del sangue dallo stato di costrizione delle piccole arterie
  • elasticità dell'aorta e delle grandi arterie

Di conseguenza, i valori di pressione:

  • aumentano all'aumentare del volume di sangue circolante (ipernatremia), mentre diminuiscono dinanzi a una riduzione del volume plasmatico totale (emorragia, disidratazione, ipotensione ortostatica, edema)
  • aumento all'aumentare dell'ematocrito (perché il sangue è più viscoso)
  • aumento all'aumentare della portata cardiaca, che a sua volta aumenta all'aumentare della frequenza e della forza di contrazione del cuore
  • aumentano se a livello periferico vi è un ostacolo importante al libero scorrere del sangue nei vasi, ad esempio per la presenza di placche arterosclerotiche o per la contrazione violenta di un muscolo durante un esercizio fisico
  • aumentano in situazione di forte stress psicofisico, per il massiccio rilascio di catecolamine che restringono il calibro di molte arteriole, come quelle cutanee
  • aumentano all'aumentare della rigidità dei vasi in cui il sangue scorre

Durante l'invecchiamento i valori di pressione tendono ad aumentare soprattutto perché si ha una perdita di elasticità delle arterie, dovuta perlopiù alla formazione delle cosiddette placche aterosclerotiche (pericolosi depositi costituiti essenzialmente da lipidi, piastrine, cellule muscolari, lisce e globuli bianchi, che si formano nel lume interno delle arterie di medio e grande calibro).

 

I valori della pressione arteriosa si aggirano normalmente intorno ai 120-130 mmHg per la pressione massima (sistolica), ma possono variare con l'età, tendendo ad aumentare con il passare degli anni, e nel corso della giornata, risultando più alti al risveglio, tendendo a diminuire durante il giorno, aumentando in caso di sollecitazioni fisiche ed emotive. Su scala planetaria, l'ipertensione risulta la terza causa di inabilità dopo la malnutrizione e il tabagismo, e precede in tale classifica la penuria di risorse idriche e la sedentarietà. Le stime più recenti indicano che in Italia oltre 10 milioni di persone ne soffrono.

 

Ci sono due forme di ipertensione arteriosa:

  • ipertensione essenziale, primitiva o idiopatica, non si riconosce una causa specifica del rialzo pressorio, per cui la terapia sarà solo sintomatica
  • ipertensione secondaria, se la causa può essere trattata e risolta, si induce anche la risoluzione dell'ipertensione

Nella maggior parte dei casi (90%) non è facile stabilire con certezza le reali cause all'origine della patologia ipertensiva e per questo motivo si parla di un insieme di fattori predisponenti che, nella loro totalità, favoriscono la sua comparsa. Sulle cause dell'ipertensione arteriosa essenziale si possono dunque fare soltanto delle ipotesi. Certamente hanno importanza fattori come:

  • farmaci (gocce decongestionanti nasali “contenti Efedrina cloridrato”, cortisonici, pillola anticoncezionale, antiacidi contenenti sodio)
  • fumo
  • abitudini alimentari (ingestione di liquirizia, consumo di alcool, cibi ricchi in sodio)
  • obesità
  • fattori genetici
  • condizioni di stress sociale
  • sedentarietà
  • invecchiamento
  • diabete
  • colesterolo

L'ereditarietà o familiarità della patologia influisce per circa il 30% sulla possibilità d'insorgenza dell'ipertensione. Per questo motivo un soggetto che ha dei familiari ipertesi, avrà un maggior rischio (ma non la certezza assoluta) di sviluppare la malattia.

 

I bambini sovrappeso rispetto ai normopeso hanno un'elevata probabilità di diventare ipertesi e obesi in età postadolescenziale. Per questo motivo la prevenzione deve cominciare già in giovane età, avviando il ragazzino alla pratica sportiva e controllandone le abitudini alimentari.

 

Nei bambini, nell'80-90% dei casi, l'ipertensione è secondaria cioè legata a fattori ormonali, renali o ad anomalie cardiache. Il fumo di sigaretta è un potente vasocostrittore, riduce l'ossigenazione dei tessuti e facilita la formazione di placche aterosclerotiche. In molti casi, lo stress psichico influisce a tal punto sulla comparsa dell'ipertensione da essere considerato il principale fattore causale.

 

Tra le condizioni più a rischio vi sono: collera trattenuta, arrabbiature, intense emozioni, responsabilità lavorative o eccessivo impegno nello studio e/o nel lavoro. La valutazione deve essere fatta tenendo conto dell'età del soggetto, poiché la pressione arteriosa tende a crescere con l'età: nei pazienti anziani viene considerata normale una pressione sistolica di 140/150 mmHg.

 

Conseguenze dell'ipertensione

A volte è possibile avere, soprattutto nelle forme che presentano subito valori molto elevati: cefalea, sensazione di testa pesante, ronzii alle orecchie, vertigini, perdita di sangue dal naso. A livello del cuore un'elevata pressione arteriosa può provocare alterazioni del ritmo cardiaco, dolori al petto (espressione di una condizione ischemica del cuore, cioè di un ridotto apporto di sangue rispetto ai bisogni), sino a giungere a una condizione di insufficienza cardiaca (cioè di incapacità del cuore a far fronte al proprio ruolo di pompa nel sistema circolatorio) che inizialmente si manifesta con mancanza del respiro durante la notte, con necessità di mettersi seduti per respirare meglio, o durante lo sforzo, e con comparsa di gonfiori alle gambe. Sul rene l'ipertensione produce una progressiva riduzione della funzionalità renale con perdita di proteine nelle urine e riduzione della quantità delle urine.

 

Un'ipertensione arteriosa elevata e mantenuta a lungo nel tempo può danneggiare irrimediabilmente i reni. I disturbi a carico del cervello sono legati a danni del circolo cerebrale e possono manifestarsi o con compromissioni acute e drammatiche di alcune aree del cervello (ictus) oppure con una lenta e graduale perdita di alcune funzioni quali la memoria, l'attenzione, l'orientamento nello spazio e nel tempo.

 

A livello della retina l'ipertensione determina un restringimento e una sclerosi arteriolare diffusa, con aree ischemiche, microaneurismi e dilatazione capillare che si traducono spesso in una progressiva perdita della vista.

 

Ipertensione e alimentazione

Sicuramente uno dei fattori causali dell'ipertensione è l'alimentazione errata, e a fronte di questa vi sono tre terapie, non farmacologiche, correlate e raccomandate dai nutrizionisti che sono:

  • il calo ponderale
  • la restrizione di sodio
  • la restrizione di alcool

Nella forma primaria la “semplice restrizione dietetica” insieme all'esercizio fisico è sufficiente a diminuire i valori pressori; mentre nella forma secondaria un'adeguata dietoterapia è in grado di ridurre il quantitativo di farmaci necessari d'assumere. In merito al calo ponderale si è potuto stabilire che una diminuzione del peso corporeo medio tra i 5 e i 7 kg può ridurre la pressione arteriosa mediamente di circa 10-20 mmHg, sia per la diastolica che per la sistolica, in soggetti con un sovrappeso superiore al 10% del peso ideale. La restrizione di sodio si è visto avere notevole influenza nei soggetti ipertesi e in quelli predisposti, anche se a tale restrizione rispondono “soltanto il 50-60%”. Sono stati, infatti, individuati alcuni fattori associati all'ipertensione che diminuiscono l'effetto della restrizione sodica, come:

  • la bassa attività della renina plasmatica: una sostanza prodotta dai reni capace di agire sull'angiotensina
  • l'età: si è potuto stabilire che in soggetti anziani, a causa della perduta elasticità dei vasi sanguigni, il riassorbimento dei liquidi è minore
  • la razza: i soggetti di colore sono maggiormente colpiti da ipertensione e quindi necessitano di una maggiore restrizione sodica
  • livelli iniziali di pressione arteriosa: valori pressori molto elevati non rispondono alla riduzione di sodio, per cui si rende necessario agire tempestivamente con la terapia farmacologica e successivamente alla restrizione sodica
  • il grado di restrizione sodica: infatti, il grado di risposta alla restrizione dipende sia dal consumo abituale e da questo dipende il grado di diminuzione apportato. Con valori di restrizione inferiori al 50% dei valori abituali, non si è potuto notare un significativo miglioramento.

Bisognerebbe ridurre il consumo di formaggi stagionati, in quanto ricchi di sodio, a favore di quelli freschi, come mozzarella e ricotta, e ridurre drasticamente il consumo di insaccati o prodotti affumicati, in quanto cibi ricchi di sale. Bisogna anche fare attenzione alle quantità di sodio non evidenti, cioè quelle utilizzate nei prodotti industriali per la preparazione dei cibi, che purtroppo “diseducano” il nostro palato rendendolo insensibile all'aumento di sodio; il sodio infatti lo troviamo con altri nomi come per esempio:

  • il benzoato di sodio utilizzato come conservante nelle salse, nei condimenti e nelle margarine
  • il citrato di sodio utilizzato come esaltante di sapore dei dolci, gelatine e alcune bevande

Studi scientifici confermano che calcio, potassio e magnesio sono i minerali che abbassano l'ipertensione. Il potassio in particolare bilancia il sodio. Infatti, oltre al basso tenore di sodio anche un concomitante aumento di potassio si è rivelato utile nel diminuire i valori pressori: ciò si ottiene utilizzando magari sale integrale, che a parità di quantità contiene meno sodio e una maggiore dose di altri importanti sali minerali.

 

“L'abitudine” al bere piccole quantità di vino (soprattutto vino rosso), durante i pasti principali, sembrerebbe favorire un aumento di omega-3 circolanti in funzione antinfiammatoria, un modesto, ma significativo, abbassamento dei valori pressori e un aumento di colesterolo HDL ma il suo consumo eccessivo può causare l'aumento della pressione arteriosa, dei trigliceridi e del tessuto adiposo centrale che ha a sua volta un effetto ipertensivo. Infine, un altro elemento presente nelle nostre abitudini giornaliere, che se introdotto in notevoli quantità aumenta i livelli d'ipertensione, è il caffè. Oltre al caffè, bevande come il tè, il chinotto, la coca cola, la cioccolata ecc...contengono quantità più o meno elevate di caffeina. È quindi consigliabile una moderata assunzione di caffè (2-3 tazzine al dì) o di tali bibite; lo stesso effetto ipertensivante è dato anche da un eccessivo consumo di liquirizia.

 

In conclusione alla persona ipertesa per abbassare la pressione alta o ridurre/impedire una dipendenza da farmaci si consiglia:

 

  • ingerire meno calorie. Abbassare il peso corporeo se è troppo alto è un modo fondamentale per abbassare la pressione sanguigna
  • evitare i carboidrati raffinati come la farina bianca e zucchero, le patate bianche (specie se fritte) e bevande analcoliche zuccherate. Solitamente sono tutte prive di sostanze nutritive e portano a un aumento di peso
  • non bere più di 226 grammi di birra, 113 grammi di vino, o 30 grammi di superalcolici al giorno. Una maggiore quantità di alcool alza la pressione sanguigna più del livello normale
  • mangiare alimenti ricchi di fibre come la farina di semi di lino e di altri cereali integrali e verdure. Oltre a aumentare le fibre alimentari, questi alimenti contengono nutrienti che abbassano la pressione sanguigna. La fibra poi riempie e fa sentire sazi, così da aiutare a perdere peso se necessario
  • mangiare pesci di acque profonde che sono ricchi di acidi grassi essenziali, come il salmone, il merluzzo, gli sgombri e il tonno. Gli acidi grassi omega-3 nei pesci tendono a rilassare le pareti delle arterie, riducendo la pressione sanguigna. Rendono anche il sangue più liquido e con meno probabilità di coagulo
  • diminuire il consumo di carne a non più di 3-4 volte la settimana (preferire carni bianche)
  • limitare l'uso di formaggi, salumi (a eccezione del prosciutto crudo sgrassato e della bresaola), uova e frattaglie
  • utilizzare metodi di cottura che non richiedano aggiunta eccessiva di grassi
  • condire con moderazione preferendo olio extravergine di oliva (a crudo) in quanto riduce la pressione arteriosa, quella sistolica che trae beneficio dal consumo di acido linoleico
  • usare alimenti ricchi di magnesio, potassio e calcio. Sulla lista: noci e semi, verdure a foglia verde, legumi, cereali integrali, tofu, banane, arance, mele, avocado e meloni
  • smettere di fumare. Il fumo di sigaretta aumenta la pressione sanguigna restringendo le arterie e danneggia anche il muscolo cardiaco e altri tessuti, diminuendo la quantità di ossigeno che riceve
  • ridurre progressivamente l'uso di sale sia a tavola che in cucina
  • preferire al sale comune il sale arricchito di iodio (sale iodato)
  • limitare l'uso di condimenti alternativi contenenti sodio (dado da brodo, ketchup, salsa di soia, senape ecc...)
  • insaporire i cibi con erbe aromatiche (aglio, cipolla, basilico, prezzemolo, rosmarino, salvia, menta, origano, maggiorana, sedano, porro, timo, semi di finocchio) e spezie ( peperoncino, zafferano, noce moscata, curry)
  • esaltare il sapore dei cibi con aceto, succo di limone
  • scegliere, quando sono disponibili, le linee di prodotti a basso contenuto di sale ( pane senza sale, tonno in scatola a basso contenuto di sale ecc...)
  • consumare solo saltuariamente alimenti trasformati ricchi di sale (snack salati, patatine in sacchetto, olive in salamoia, salumi e formaggi stagionati, carne in scatola ecc...)
  • utilizzare alimenti a basso contenuto di sodio
  • impegnarsi in regolare esercizio aerobico per 30 o 40 minuti tre o quattro volte a settimana. Tale esercizio ha dimostrato di abbassare la pressione sanguigna e prevenire gli attacchi di cuore

[per ulteriori approfondimenti potete consultare l'articolo di Sorrentino M, Grandi A, Moschiano S, Ariano E, Galeota Lanza A, Terracciano P. della rivista “Biologi Italiani – aprile 2013”]

DIETA MEDITERRANEA

PREVENZIONE DELLE MALATTIE METABOLICHE E CARDIOVASCOLARI

Il termine “Dieta” si riferisce all'etimo greco “stile di vita”, cioè all'insieme delle pratiche, delle rappresentazioni, delle espressioni, delle conoscenze, delle abilità, dei saperi e degli spazi culturali con i quali la popolazione del Mediterraneo hanno creato e ricreato nel corso dei secoli una sintesi tra l'ambiente culturale, l'organizzazione sociale, l'universo mitico e religioso intorno al mangiare. La Dieta Mediterranea rappresenta un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, includendo le colture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e, in particolare, il consumo di cibo.

 

La Dieta Mediterranea è caratterizzata da un modello nutrizionale rimasto costante nel tempo e nello spazio, costituito principalmente da olio di oliva, cereali, frutta fresca o secca, e verdure, una moderata quantità di pesce, latticini e carne, e molti condimenti e spezie, il tutto accompagnato da vino o infusi, sempre in rispetto delle tradizioni di ogni comunità. L'espressione “dieta mediterranea” nasce verso la fine degli anni '50 per merito, non di un Italiano, ma di un Americano, Ancel Keys, professore di Igiene ed Epidemiologia dell'Università del Minnesota, a Mineapolis che negli anni '40 si trovava a Creta, quando si accorse che in quell'isola l'infarto miocardico era pressocché sconosciuto. Notò che i cretesi non erano obesi ed avevano un'alimentazione diversa da quella americana. Giunto in Italia, nella zona sud di Napoli, Keys trovò altre conferme a queste sue impressioni per cui maturò l'ipotesi della “Dieta Mediterranea” che in seguito, vent'anni dopo, sviluppò in uno studio epidemiologico, il Seven Country Study, condotto in sette nazioni (Giappone, Grecia, Iugoslavia, Italia, Olanda, Stati Uniti e Finlandia). Questo studio disegnato per valutare l'incidenza dell'infarto miocardico in Paesi che avevano diete molto diverse ed arrivò alla conclusione che i paesi con dieta povera di grassi saturi e ricca di grassi monoinsaturi, carboidrati e vegetali (Italia, Grecia, Iugoslavia del sud e Giappone), avevano livelli di colesterolo molto bassi ed una bassissima incidenza di infarto miocardico.

 

Negli ultimi anni, alcuni lavori di recensioni e di metanalisi, pubblicati su riviste prestigiosissime, hanno confermato la solidità scientifica della Dieta Mediterranea quale stile alimentare per la prevenzione delle malattie metaboliche, cardiovascolari e tumorali.

 

[The Mediterranean Diet in Cancer Prevention: A Review. J Med Food. 2011 Jun 11;

The effect of Mediterranean diet on metabolic syndrome and its components: a meta-analysis of 50 studies and 534,906 individuals. J Am Coll Cardiol. 2011 Mar 15;57(11):1299-313; Reduction in the incidence of type 2 diabetes with the Mediterranean diet: results of the PREDIMED-Reus nutrition intervention randomized trial; Accruing evidence in on benefits of adherence to the Mediterranean diet on health: an update systematic review and meta-analysis. Am J Clin Nutr. 2010 Nov;92(5):1189-96.

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